





Ombrelloni a righe, teglie di parmigiana sotto l’asciugamano, termos di caffè freddo, gelati sciolti a metà. Ferragosto era comunità in costume: saluti al vicino di ombrellone, inviti all’ultimo. Condividete il vostro menu di spiaggia, l’orario perfetto per il bagno, i giochi in acqua. Raccontate una villeggiatura in pensione familiare, la stanza ventilata, la passeggiata serale e le cartoline spedite con timbro che profuma di sale.
Dal Festival di Sanremo alle partite in bianco e nero, dalla tv dei ragazzi alle domeniche in famiglia, gli appuntamenti televisivi costruivano una grammatica comune. Si cantava insieme, si discuteva con garbo, si condividevano divani e plaid. Scrivete il programma che vi ha insegnato qualcosa, la sigla che ancora fischiettate, la pubblicità che ha cambiato il vostro modo di chiedere, ricordare, ridere, partecipare senza sentirvi soli.
Tra sale parrocchiali, circoli ARCI e dopolavoro, si giocava a carte, si provavano cori, si organizzavano gite. Erano luoghi dove trovare un consiglio, un lavoro, una mano per un trasloco. Condividete il vostro circolo del cuore: la tombola d’inverno, il torneo estivo, la bacheca di annunci. Comunità è una parola grande che nasce da sedie messe in cerchio, chiavi condivise e risate che rimbombano fino a tardi.